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Giugno 2015 - PRESENZA ARMENA IN ITALIA. 1915-2000
gopik Manoukian
Agopik Manoukian

Guerini e Associati, 2014
La distribuzione storica e geografica della diaspora armena in Italia, l'integrazione delle due culture, la riscoperta della realtà armena da parte del mondo accademico italiano, il valore della testimonianza, l'avvicinarsi del centesimo anniversario del genocidio del 1915.
Ne abbiamo parlato con Agopik Manoukian, autore del volume.



Com’è nata l’idea di questo libro?


È nata qualche anno fa dall'intenzione dell’Unione degli Armeni d’Italia di celebrare il cinquantesimo anniversario dalla propria fondazione, sancita da un decreto del Presidente della Repubblica che nel 1956 le riconosceva personalità giuridica. Quando mi è stato affidato questo piccolo incarico di ricerca ho scoperto che in realtà questa associazione non aveva alle spalle solo cinquant’anni di storia, ma ne aveva quasi cento. Con il nome di Comitato armeno d'Italia questa associazione si costituisce infatti nel 1915. La fondano alcuni ex studenti del collegio armeno di Venezia, insieme a diversi armeni che si trovano a Milano e a Torino per motivi di lavoro. Essi si rendono conto che, in coincidenza con i tragici eventi che gli armeni stanno subendo nell'impero ottomano e con la concomitante entrata in guerra dell'Italia, è necessario per gli armeni unirsi e organizzarsi. Occorre far conoscere alle autorità quali sono le origini, la cultura e la storia millenaria del popolo armeno. Tutti gli armeni che si trovano allora in Italia sono infatti sudditi dell'impero ottomano, e dal momento che l'Italia ha dichiarato guerra anche alla Turchia c'è il rischio per loro di essere espulsi o comunque di non poter più lavorare; vi è inoltre il problema di prestare aiuto ai profughi che iniziano ad arrivare in Italia, anche se in numero assai limitato rispetto a quanto avviene in altri Paesi mediorientali e occidentali. La necessità di un'organizzazione armena si impone infine per rispondere e partecipare riconoscenti ai molti comitati pro- Armenia che si vanno organizzando in diverse città d'Italia, per esprimere solidarietà contro le iniziative genocidarie dei Giovani Turchi. A partire dal 1915, e soprattutto per i primi decenni del secolo scorso, l'Unione rappresenta quindi l'espressione organizzata della presenza armena in Italia, e il testo appena pubblicato ne illustra l'evoluzione. Nel procedere della ricerca il racconto non si è limitato a considerare solo l'evoluzione di questa associazione, ma si è via via allargato fino a comprendere anche altri aspetti della presenza armena in Italia. Da semplice recupero storico delle vicende di un'associazione, l’ottica di ricerca è si è progressivamente ampliata e precisata, cercando di indagare il modo in cui una comunità di stranieri - che arrivano in Italia come profughi - si organizza e si inserisce nel tessuto della società italiana. Fondamentale è stato cercare di mettere in luce il modo in cui il Paese ospite non solo ha accolto gli armeni, ma come nel tempo ne ha rappresentato e compreso la vicenda storica e la cultura. L'espressione “Presenza armena” vuole significare anche questo secondo aspetto.

Qual è la situazione della diaspora armena in Italia?


In estrema sintesi si può dire che la diaspora armena, presente in Italia da quasi un millennio, se da un lato si è progressivamente e abbastanza facilmente integrata nel tessuto sociale italiano, dall'altro si è anche più volte rinnovata per effetto di un flusso discontinuo di arrivi legati ai mutamenti degli scenari internazionali. Se si circoscrive l'analisi al secolo scorso, si può notare come alla prima generazione di profughi armeni giunti in Italia tra il 1915 e il 1930 abbia fatto seguito una serie di arrivi in corrispondenza delle crisi politiche dei vari Stati mediorientali, dove parecchi armeni si erano insediati dopo il genocidio.

Come è cambiata nel tempo, anche dal punto di vista geografico?


Nel secolo scorso i tre punti di maggiore concentrazione degli armeni in Italia sono stati il Veneto, l'area milanese e la città di Roma. A Venezia esiste una piccola comunità di monaci studiosi che, anche prima del genocidio, hanno ospitato nel proprio collegio un grande numero di studenti. Molti di loro si sono poi fermati in Italia, hanno frequentato le università italiane e si sono insediati nel nostro territorio. Venezia è stato quindi un polo di attrazione di tipo principalmente culturale.
Diverso è il caso di Milano, polo di attrazione commerciale. Gli armeni si occupano tradizionalmente del tessile, e già prima della Grande guerra sono numerosi quelli che hanno magazzini e uffici in prossimità della Stazione Centrale di Milano.

A Roma, la presenza armena - almeno inizialmente - è fortemente connotata in senso religioso, anche per la presenza nella capitale di un Collegio pontificio armeno.

Negli anni immediatamente successivi al genocidio, diverse organizzazioni religiose promuovono l' arrivo di numerosi orfani armeni. Quattrocento bambine vengono ospitate a Castel Gandolfo negli edifici vaticani, e dopo un anno vengono trasferite in un istituto di Torino. Altri bimbi vengono presi in carico dai monaci Mechitaristi di Venezia, che con una certa lungimiranza - capendo che questi ragazzi avrebbero poi dovuto inserirsi nel mondo del lavoro - aprono, per ospitarli, anche un centro a Milano. Negli stessi anni a Bari si sviluppa un' esperienza abbastanza singolare: per iniziativa di un intellettuale armeno vengono fatte arrivare in Italia diverse famiglie di profughi per dar vita ad un piccolo opificio che produce tappeti armeni

Nel secondo dopoguerra, gli arrivi armeni in Italia si indirizzano prevalentemente verso i tre poli di cui si è detto. La situazione inizia a mutare con gli anni novanta, quando l'Armenia diviene una Repubblica indipendente e contestualmente l'Italia diventa un Paese con un mercato del lavoro capace di assorbire dei lavoratori stranieri. Tra loro iniziano ad esserci degli armeni, che vengono non più dall'Oriente ma dalla stessa Armenia, e si insediano in Italia laddove trovano una domanda. Si crea quindi una maggiore distribuzione di armeni sul territorio italiano, anche se parliamo sempre di piccoli numeri.


Oltre alle fonti documentarie, per il libro lei ha utilizzato anche ricordi e memorie orali. Qual è, secondo lei, il valore della testimonianza?

Nel libro riprendo e commento le testimonianze scritte da armeni residenti in Italia e pubblicate da loro stessi o da loro parenti e amici. Sono testimonianze scritte molti anni dopo il verificarsi degli eventi più drammatici che vengono rievocati. Sono testi redatti perché i successori non dimentichino, scritti generalmente quando la vita dell'autore volge al termine. Sono documenti che parlano di un tempo lontano con l'immediatezza e la lucidità di chi racconta il presente. Sono ricordi indelebili e, per molti, rimasti indicibili per anni. Tra i testi ve ne è uno che non riesce ad essere autobiografico. Utilizzando la forma del romanzo, infatti, l'autore può dire senza dire e trasporre la propria tragedia in quella dei personaggi inventati.


Nel libro lei parla di un’integrazione positiva tra la comunità armena e la società italiana. Come si è articolato nel tempo il confronto tra cultura del Paese ospite e le tradizioni armene?


Lungo tutto il secolo scorso vi è un crescendo di attenzione e di approfondimento nella conoscenza della realtà armena.

Inizialmente, nei primi decenni del XX secolo, sull'Armenia e sugli armeni vengono scritti piccoli pamphlet di solidarietà e sdegno per quanto sta avvenendo in Anatolia. Non mancano dei brevi saggi di tipo storico-politico scritti da diplomatici o da uomini politici illuminati come Filippo Meda o Luigi Luzzatti, ma le migliori rappresentazioni della realtà armena vengono offerte nella prima metà del secolo da alcuni romanzi scritti in lingua straniera ma tradotti in italiano con sorprendente tempestività. Mi riferisco al romanzo di Franz Werfel I quaranta giorni del Mussa Dag, pubblicato in Italia un solo anno dopo la sua pubblicazione in Germania - dove venne immediatamente vietato e ritirato da tutte le librerie - ma anche ai testi di Saroyan e Surmelian, la cui traduzione venne promossa da Elio Vittorini.

Nella seconda metà del secolo la conoscenza della realtà storica e culturale dell'Armenia fa un salto di qualità: si sviluppa un crescente interesse da parte del mondo accademico per lalingua armena, specialmente quella antica, ci sono le prime traduzioni di testi di poesia e vengono pubblicate le prime raccolte delle miniature armene contenute nelle migliaia di antichi codici manoscritti. Si organizzano anche a livello universitario le prime missioni di studio sul territorio dell'Anatolia per conoscere e documentare l'antico patrimonio architettonico armeno. Tra gli anni 80 e l'inizio del nuovo millennio vi è infine un crescendo di interesse per tutti gli aspetti della storia e della cultura armena: alcuni studiosi sono armeni o di origine armena, ma vi è un crescente numero di italiani che si interessano a questa realtà sotto diversi aspetti. Oltre al tema del genocidio - che resta centrale - le ricerche, i simposi e le pubblicazioni riguardano ormai tutti gli aspetti della realtà armena. Non ultima è anche l'apertura alla conoscenza del territorio e dello Stato armeno che nel frattempo ha raggiunto l'indipendenza ed è divenuto anche fisicamente accessibile.

Con un'immagine di sintesi si può affermare che, lungo il secolo, gli armeni giunti in Italia si vengono progressivamente integrando nella cultura ospite, ma al tempo stesso è anche la cultura italiana che progressivamente si apre alla conoscenza dell'Armenia e degli armeni.


l 24 aprile ricorre il 99esimo anniversario del genocidio armeno. Qual è, secondo lei, il significato di questa ricorrenza?

Questa commemorazione ha degli aspetti sconcertanti: ad ogni anno che passa, l'evento si allontana ma non si avvertono segni di una possibile ricomposizione della memoria, che resta scissa e divisa su due fronti: rievocazione sempre più consapevole e documentata da un lato e negazione sistematica dall'altro. L'avvicinarsi del centesimo anniversario sembra quasi promettere un riacutizzarsi di questa contrapposizione.
a cura di Martina Landi, Redazione Gariwo
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