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14 - Nov- 2013: Deportare gli armeni? «Fu disumano» La mano tesa del ministro turco
Deportare gli armeni? «Fu disumano»
La mano tesa del ministro turco
Il responsabile degli Esteri Davutoglu riapre a sorpresa un canale per la pacificazione tra Ankara e Erevan, divisi da decenni sulla questione del genocidio armeno del 1915 e del controllo sul Nagorno-Karabakh
AFP
Il ministro degli Esteri turco Davutoglu all’uscita della conferenza stampa a Erevan, dove ha detto: «Le deportazioni del 1915 furono un atto sbagliato»
MARTA OTTAVIANI
La deportazione degli Armeni del 1915? Un atto sbagliato e disumano. A dirlo è stato niente meno che il ministro degli Esteri turco, Ahmet Davutoglu, che con queste parole spera di riaprire un canale per la pacificazione fra Ankara e Erevan. I due Paesi sono divisi da decenni non solo dalla questione del genocidio armeno, dove secondo la versione ufficiale, che Ankara non riconosce, un milione di armeni fu sterminato dalle armate ottomane, ma anche dalla guerra per il controllo del Nagorno Karabakh, una regione a maggioranza armena nel cuore dell’Azerbaigian, dove Ankara ha sempre preso le parti di Baku. Per questo motivo, nel 1993, è stato addirittura chiuso il confine fra i due Paesi.


Davutogluha pronunciato queste parole in occasione del Foro per la cooperazione economica del Mar nero, che si è svolto nella capitale armena e dove ha incontrato il suo omologo Edward Nalbandian.
Un primo tentativo di riavvicinamento con Erevan c’era già stato nel 2009, quando il presidente della Repubblica turca, Abdullah Gul, si era addirittura recato in Armenia per assistere con il suo omologo Serzh Sarkissian a una partita fra le due nazionali. Era stato avviato un protocollo di intesa per la normalizzazione dei rapporti, che però era fallito miseramente, rimanendo lettera morta.


“Sono molto soddisfatto del mio incontro con Nalbandian – ha detto Davutoglu – è stato molto franco. Il nostro primo obiettivo è quello creare un dialogo forte”. “Il nostro primo proposito – ha continuato il ministro – non è quello di riaprire il confine, ma un processo che porti alla pace. Ci sono tre pilastri per questo: Il primo sono le relazioni fra Turchia e Armenia. Il secondo le relazioni fra Armenia e Azerbaigian, con un occhio anche a quelle fra Abkhazi e georgiani. Il terzo le relazioni fra turchi e armeni”. Davutoglu ha anche dichiarato di essere in contatto con la Diaspora armena, formata dai discendenti delle vittime del genocidio e dalle persone che riuscirono a fuggire, che oggi rappresenta il maggiore sostenitore delle richieste di riconoscimento dei fatti del 1915 da parte di Ankara.


Il fallimento della gestione della crisi siriana e la constatazione che la politica neo ottomana del buon vicinato si sta sostanzialmente ritorcendo contro l’esecutivo islamico-moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan, ha portato la Turchia a riconsiderare la situazione in Caucaso. Ma non solo. Lo sterminio degli Armeni, infatti, avvenne in un momento molto particolare per il Paese, con l’impero Ottomano che si stava sgretolando e il movimento dei Giovani Turchi che stava aumentando la sua influenza nel Paese. Di questo faceva parte anche il Padre della Patria, Mustafa Kemal Ataturk, fondatore della Turchia moderna. Si può quindi pensare che le parole di Davutoglu, siano indirettamente state pronunciate anche per attaccare il simbolo per eccellenza dello Stato laico.

Enrica Baldi

 
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