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21 Marzo Now Ruz sui quotidiani : L’Iran sotto casa e la primavera
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di Elisa Finocchiaro | 21 marzo 2013‎
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Più informazioni su: Capodanno, Comune di Roma, Iran, Islam, Primavera, Statue.‎
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L’inizio della primavera lo festeggio sotto la pioggia osservando un piccolo tavolino sul quale ci ‎sono una mela, una testa d’aglio, un libro, dei fiori, uno specchio – “per essere visibili come siamo”. ‎La preparazione di questo tavolino simbolico è Haft Sîn, il rituale con cui si festeggia il Nawrūz. ‎
Era Capodanno ieri infatti a Villa Borghese sotto la statua del poeta persiano Ferdowsi, in ‎compagnia della comunità iraniana di Roma. Il Nawrūz – “nuovo giorno” – è una ricorrenza ‎tradizionale che celebra il nuovo anno e che è festeggiata in Iran, Azerbaigian, Afghanistan, Albania, ‎Georgia e altri paesi dell’Asia.‎
Ricorre in coincidenza con l’equinozio di primavera. Sul tavolino sette elementi che iniziano con la ‎lettera ‘S’, in persiano. Il sette è un numero sacro e il numero degli arcangeli con l’aiuto dei quali, ‎tremila anni fa, Zarathustra fondò lo Zoroastrismo. L’Haft Sin porta salute, prosperità, purezza ‎spirituale e lunga vita. I sette elementi sono: lenticchie a simboleggiare la rinascita, orzo germogliato ‎a simboleggiare l’abbondanza, frutti secchi di oleastro a simboleggiare l’amore, aglio a simboleggiare ‎la salute, una mela rossa a simboleggiare la bellezza, bacche per l’asprezza della vita e aceto, a ‎simboleggiare la pazienza e la saggezza. ‎
L’Iran (antica Persia) è il paese dove il Nawrūz è nato e dove la tradizione è probabilmente più ‎sentita. Il Nawrūz fu una delle poche festività dell’antica Persia a sopravvivere all’avvento ‎dell’Islam; i primi musulmani incorporarono infatti la festività insieme alle feste solenni del loro ‎calendario sebbene la festa fosse zoroastrista. La tradizione attraversò il periodo del Califfato fino ‎ad arrivare a noi quasi immutata.‎
Bello vedere come si possa a volte viaggiare nella propria città e venire a contatto con diverse ‎culture, così ricche e antiche. Eppure a volte, trasmigrando, certe ricchezze si perdono nelle ‎distrazioni, nella poca attenzione verso l’alterità.‎
A pochi metri dalla statua di Ferdowsi c’è infatti la statua di Nezami, altro grande poeta persiano, la ‎cui statua è stata donata al Comune di Roma dalla Repubblica dell’Azerbaigian. Nezami scrisse: “La ‎parola che non sgorghi da profondo pensiero non è degna, quella, d’essere scritta né detta.”‎
Sulla base della statua di Nezami si legge la seguente dicitura: “Poeta azerbaigiano Nizami Ganjavi ‎‎1141-1209”. La dicitura è un anacronismo, perché il poeta Nezami di Ganje (1141-1209 ca.) ‎compose tutte le sue opere unicamente in lingua persiana, in una regione allora denominata Arran, ‎che venne a far parte del cosiddetto Azerbaigian solo all’inizio XX secolo (dove oggi si parla una ‎lingua turca chiamata azero).‎
Definire Nezami “poeta Azerbaigiano” equivale a definire Erodoto “storico turco”, anziché “storico ‎greco”, solo perché l’antica Alicarnasso, patria di Erodoto, si trova nel territorio dell’attuale Turchia.‎
L’associazione Alefba ha così lanciato una petizione su Change.org, per chiedere al Comune di ‎cambiare la targa della Statua. Sono state raccolte 1300 firme, consegnate alla Sovrintendenza e al ‎Gabinetto del Sindaco. Ed ora speriamo che la prossima parola scritta sotto la statua “sgorghi da ‎profondo pensiero”.‎

vahèVartanioan

 
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