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La chitarra di Clapton e la Turchia alla de Gaulle
17 giugno 2010 da ILSOLE24ORE
di Christian Rocca

Il mondo ha riscoperto la Turchia, non più terra di spiagge bianche, kebap profumati alla menta ed eserciti e magistratura baluardo della laicità e
dell'occidente, ma improvvisamente anche un soggetto politico autonomo nello scacchiere internazionale, molto disinvolto, parecchio arrogante, forse ingenuo
nel credere di poter guardare sia a est sia a ovest senza creare guai innanzitutto a se stesso, magari capace di dissimulare i piani più o meno segreti di smantellamento della laicità della repubblica e di islamizzazione del paese, certamente campione di una nuova retorica pan-musulmana, populista e
con velleità neo-ottomane.

Tutto il mondo si chiede se ci siamo persi la Turchia, dopo gli ammiccamenti ad Hamas, gli accordi con l'Iran degli ayatollah, le accuse feroci a Israele, il no alle sanzioni Onu sul nucleare di Teheran, gli schiaffi agli Stati Uniti.
I giornali turchi si sono accorti solo negli ultimi giorni del tema che tanto appassiona l'occidente e - specie Hurriyet e Zaman, i due quotidiani che escono
anche in lingua inglese - hanno cominciato ad affrontare in modo ossessivo il tema. Nemmeno loro sono riusciti a dare una spiegazione univoca.

Gli esperti, gli analisti e le fonti diplomatiche, anche israeliane, consultate dal Sole 24 Ore tendono a escludere l'idea che la Turchia abbia intrapreso la via senza ritorno dell'Islam radicale, anche se la retorica antisemita e le scelte antioccidentali del premier turco Recep Tayyip Erdogan preoccupano non poco ed è impossibile prevedere l'effetto profondo che avranno sulla società. Omer Taspinar, editorialista di Zaman, sostiene che a muovere la
Turchia non sia l'Islam politico, ma una grandeur mista a frustrazione nei confronti dei partner tradizionali - America, Europa, Israele - che ricorda da vicino il gollismo francese.

Resta il fatto che Erdogan guarda oltre l'Europa. Cerca nuove sponde. Si tiene le mani libere. Chiede di entrare nell'Unione europea e ha ottenuto lo status di osservatore nell'Unione africana. Discute iniziative comuni con la Lega araba ed è più attivo che mai nell'Organizzazione della conferenza islamica. La settimana scorsa ha convocato Siria, Libano e Giordania per costruire l'Unione
mediorientale di libero scambio, su modello e in alternativa all'Unione europea. Fa accordi bilaterali commerciali con i paesi limitrofi, apre ambasciate in Africa, punta ai mercati dell'area turcofona che si estende fino alla Cina, agisce da mediatore nei Balcani, va a braccetto con i russi, prova a
ritagliarsi il ruolo di paciere con l'Iran e a scalzare Egitto e Arabia saudita come guida della regione. Cerca, infine, di sfruttare la posizione
geostrategica della Turchia e di farne il crocevia obbligato delle rotte energetiche che collegano i paesi produttori di petrolio e gas ai consumatori
europei.

Questo neogollismo turco ha consolidato i pregiudizi europei, ingigantito le preoccupazioni israeliane ed evidenziato l'imbambolamento di Barack Obama che
un anno fa è andato in Turchia a parlare di «partnership modello» tra Washington e Ankara. La destra americana di area neoconservatrice, ben
rappresentata sulle pagine degli editoriali del Wall Street Journal, ha già scritto la sentenza di condanna: la Turchia ha abbandonato l'occidente, vuole islamizzare la repubblica laica fondata da Mustafa Kemal Ataturk, sta facendo asse con i paesi canaglia e come tale va trattata.
Non è così semplice. La difficoltà di decifrare la Turchia e la sua politica estera si nota girando per le strade di Istanbul, dove convivono le due anime
del paese, quella occidentale e quella orientale, non come due corpi separati in attesa che l'una prevalga sull'altra, ma come elementi della medesima
cultura, tradizione e storia.

I caffè Starbucks sono diffusi quanto le enormi pubblicità degli hijab per signora, di marca Armine. L'elegante strada di Istiklal è circondata da
moschee, sinagoghe, chiese cattoliche, greco-ortodosse e armene, mentre i vicoli dove i turisti si riparano dal sole, magari dopo aver visitato la Bible
society che si trova a un passo dal liceo Galatassaray, sono pieni di bandiere e murales inneggianti alla causa palestinese. In città suona Eric Clapton, a poca distanza dalla piazza di Taksim dove nei giorni successivi alla tragedia al largo di Gaza si è tenuta l'adunata islamista pro Hamas e pro Hezbollah che ha fatto rabbrividire l'élite culturale del paese e temere per Istanbul un futuro alla Teheran. La musica nelle terrazze degli alberghi super cool di Nisantasi, il quartiere che sembra londinese più che asiatico, va avanti a tutto volume fino a notte fonda, a ridosso del primo richiamo alla preghiera del muezzin che sveglia gli abitanti della zona asiatica alle 4 e mezzo di ogni mattina. I taxi sono ovunque come a New York, ma su internet i video di YouTube sono oscurati e le mappe di Google sono impossibili da visualizzare (a meno che
non si abbia un iPhone).

Questa doppia anima della città si riversa anche in politica. Erdogan è un primo ministro islamico moderato, però capace di molte ambiguità. In nome della democrazia e della libertà sta cambiando le anchilosate istituzioni laiche del paese, sostenuto dalla sua grande base elettorale in Anatolia, dove la rete di piccole e medie industrie guidate da imprenditori islamici è diventata un fenomeno sempre più importante (in Turchia ci sono due confindustrie: la Tusiad, laica, e la Musiad, musulmana).

La Turchia di Erdogan è una potenza economica regionale, la seconda dell'area dopo la Russia, l'ottava d'Europa, la diciassettesima del mondo, pronta a entrare tra i primi dieci nei prossimi anni, con un Pil che secondo la Banca mondiale quest'anno crescerà del 6,3%, a fronte delle difficoltà europee e del disastro degli antichi nemici greci. Il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (Akp), al potere dal 2002, ha liberalizzato l'economia, costruito le infrastrutture, interpretato la modernità e cavalcato la globalizzazione, al contrario delle proposte vetero socialiste dei nostalgici di Ataturk che hanno
guidato il paese per ottant'anni.

Con chiunque si parli per le strade di Istanbul, si capisce che prima ancora che i francesi e i tedeschi sono gli stessi turchi a non volere l'ingresso in
Europa, a non farne più nemmeno una questione di orgoglio nazionale. «Vogliono essere rispettati - dice Hugh Pope, capo dell'ufficio di Istanbul
dell'International crisis group - gli europei dovrebbero imparare ad avere più fiducia nella democrazia».

Il ministro della Difesa americano Bob Gates ha accusato l'Europa di aver contribuito, con i suoi dubbi, a spostare l'asse geopolitico di Ankara verso
est. Altri osservatori occidentali ammettono che l'Europa abbia anche serie responsabilità nell'indebolimento delle difese laiche del paese, con le continue richieste di tenere l'esercito lontano dalla vita politica. Il partito di Erdogan ha approvato una riforma della Costituzione che da un lato sembra ampliare gli spazi democratici, dall'altro è temuta come il grimaldello per
aprire le porte all'islamizzazione perché sottopone i vertici militari al giudizio dei tribunali civili e cambia le procedure di nomina dei giudici
costituzionali.

Il testo dovrebbe andare a referendum il 12 settembre, nel trentesimo anniversario del golpe militare del 1980, ma il 12 luglio la Corte
costituzionale potrebbe dichiarare nulla la riforma. La situazione è complicata dalle elezioni che si dovranno tenere entro il prossimo anno.
Erdogan aumenterà la retorica populista da qui al giorno del voto, specie se la Corte dovesse bocciare la riforma costituzionale, sovvertendo la sovranità
popolare. Il premier potrebbe giocare la carta democratica, il suo secondo jolly dopo quello anti-israeliano. I sondaggi non sono positivi. Almeno non lo erano prima dell'incidente di Gaza e della ferma reazione di Ankara. C'è un promettente leader dell'opposizione, Kemal Kiliçdaroglu: non è un grande
visionario, ma è un politico rispettato e onesto, motivato a dare nuova linfa al vecchio partito kemalista. Anche il più potente e misterioso alleato di Erdogan, il leader islamista Fetullah Gulen - considerato "il grande vecchio" turco perché guida dalla Pennsylvania un diffusissimo movimento che dispone di scuole, ospedali e giornali - sembra aver cominciato a volgere le spalle al premier forse proprio perché ha impresso una svolta nazionalista e neogollista alla politica turca.


17 giugno 2010

G.C

 
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