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21 01 2009 - Raphael Lemkin e il male del XX secolo: riflessione sul Genocidio
Un'analisi della Professoressa Giulia Lamidell'Università di Milano Raphael Lemkin e il male del XX secolo: riflessione sul Genocidio
PDF Stampa E-mail scritto da Giulia Lami lunedì 19 gennaio 2009 Image
Raphael Lemkin
Di Raphael Lemkin si sa in fondo molto poco: giurista polacco, padre della Convenzione dell'Onu sul Genocidio, parola da lui coniata nel suo importante lavoro Axis rule in occupied Europe pubblicato negli Stati Uniti nel 1944.
Si tratta invece di una figura singolare, di grande spessore umano ed intellettuale, la cui vita, per varie strade, personali e storiche, fu dedicata allo studio del tema dell'omicidio di massa e alla ricerca di una via giuridica per la sua punizione.

Muovendomi fra gli scritti inediti di Lemkin e quelli editi, al di là della storiografia che negli ultimi vent'anni ha riscoperto Lemkin – e non a caso, purtroppo –, vorrei dare un'idea di questo tormentato, ma in fondo lineare percorso.
Raphael Lemkin nacque nel 1900 nella località di Bezwodne, vicino a Wolkowysk, a circa 80 chilometri da Bialystok, nell'allora Polonia orientale, al tempo russa, in una famiglia ebrea, dove il padre faceva l'agricoltore e la madre invece coltivava interessi filosofici e linguistici che trasmise al figlio. Si iscrisse all'Università Giovanni Casimiro di Leopoli, per studiare linguistica, ma frequentò anche le università di Berlino e Heidelberg a studiare filosofia, volgendosi infine agli studi di legge. In definitiva divenne un giurista: nel 1929 divenne sostituto procuratore della Repubblica a Varsavia, partecipando come segretario al Comitato di codificazione delle leggi della Repubblica polacca, traducendo in inglese il codice penale polacco del 1932, lavorando con il professore della Duke University Mac Dermott, che poi lo avrebbe aiutato ad entrare negli Stati Uniti nel 1941.
Lemkin nel 1933 partecipò – seppure in absentia – alla conferenza di Madrid sull'Unificazione del codice penale internazionale del Consiglio Legale della Lega delle Nazioni, nel 1937 al 4° congresso sul codice penale a Parigi: nel primo caso cercò di promuovere una legge sulla barbarie e il vandalismo, nel secondo sulla difesa della pace. Con lo scoppio della guerra si trovò presto nella situazione di sfuggire ai tedeschi, per cui si rifugiò attraverso la Lituania in Svezia, donde, attraverso l'Unione Sovietica e il Giappone, giunse negli Stati Uniti. Qui svolse attività accademica, ricoprì alcuni incarichi in uffici governativi, ma soprattutto si trovò a lavorare per proprio conto alla questione di far riconoscere a livello internazionale il crimine di genocidio, spendendo tutto se stesso in questa fatica di Sisifo.
Perché, ci possiamo chiedere? Senz'altro il fatto che egli abbia perso quasi tutta la sua famiglia, intesa in senso lato, nell'Olocausto è la principale ragione di questo impegno, ma a ben guardare esso risale indietro nel tempo, quasi fosse un elemento costitutivo della sua crescita. Ora che si leggono le sue carte inedite si vede che la sua riflessione sul genocidio era a 360° gradi e non si fermava a considerazioni ideologiche contingenti.
In questo ci soccorre la sua autobiografia, inedita, dal titolo Totalmente non ufficiale. Qui egli scrive «nella mia prima adolescenza, lessi Quo Vadis di Sienkievicz, questa storia piena di fascino sulle sofferenze dei primi cristiani e sul tentativo dei Romani di distruggerli solamente perché credevano in Cristo. Nessuno poteva salvarli, né la polizia di Roma né alcun potere esterno. Fu più che la curiosità che mi portò a cercare nella storia esempi simili, come il caso degli Ugonotti, dei Mori di Spagna, degli Aztechi del Messico, dei Cattolici in Giappone e così tante razze e nazioni sotto Gengis Khan. La scia di questa innominabile distruzione giungeva direttamente attraverso l'era moderna fino alla soglia della mia stessa vita. Ero atterrito dalla frequenza del male, dalle grandi perdite in vita e cultura, per la disperante impossibilità di resuscitare il morto o di consolare gli orfani e soprattutto per l'impunità freddamente accordata al colpevole»(1) .
Come stupirsi se, da questo punto di partenza, l'impossibilità di perseguire effettivamente i responsabili del genocidio armeno – il primo genocidio "moderno" – inducesse nel giovane Lemkin una profonda crisi, che non è estranea al suo volgersi verso la legge, come campo di studio e di lavoro?
Recentemente, Samantha Power ha ritrovato prova del fatto che il punto di partenza per la riflessione di Lemkin sul genocidio fu proprio il caso armeno, portato alla sua attenzione dall'uccisione a Berlino nel 1921 di Mehmed Talaat, l'ex ministro degli Interni ottomano, da parte di Soghomon Tehlirian, un giovane armeno cui avevano sterminato la famiglia. Lemkin, che seguiva allora i corsi di linguistica all'università di Leopoli (ricordo che parlava 9 lingue), ne discusse con uno dei suoi professori, chiedendo perché Talaat non fosse stato arrestato per il massacro, scontrandosi con il fatto che non esisteva una legge superiore alla sovranità di uno stato che perpetrasse atti criminali (2).
Ricostruendo, questa volta a livello ufficiale, il suo percorso Lemkin ricorda la battaglia da lui avviata nel 1933, a Madrid (3), alla conferenza internazionale per l'unificazione del codice penale per introdurre due nuovi crimini internazionali, perseguibili quindi da qualsiasi paese in cui potesse essere arrestato il colpevole, indipendentemente dalla sua nazionalità o dal luogo in cui il crimine era stato commesso: il crimine di "barbarie" e quello di "vandalismo": il primo – e uso le parole di Lemkin – «consistente nello sterminio di collettività razziali, religiose o sociali». Si noti – e torneremo su questo punto – la formula più estesa di quella poi entrata nella Convenzione sul Genocidio; il secondo «consistente nella distruzione delle opere artistiche e culturali di questi gruppi» (4). «Molto dopo – spiega Lemkin – il 22 novembre 1946, durante la discussione sul genocidio all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Sir Hartley Shawcross, procuratore generale del Regno Unito e delegato, dichiarò che il fallimento di questa proposta rese impossibile punire alcuni dei gravi crimini nazisti».
Come non pensare a Cassandra e al destino delle sue profezie? Ma che cos'è la profezia se non il frutto di una mantica capace di leggere i segni che il mondo offre, inserendoli in un possibile quadro di senso?
Lemkin ricorda quindi che solo nel 1945 – uso sempre le sue parole – i criminali di guerra tedeschi furono imputati, fra l'altro, di genocidio, «intendendo lo sterminio di gruppi razziali, etnici o religiosi, specialmente Ebrei, Polacchi, Zingari ed altri», scrivendo che il termine e il concetto di genocidio erano stati sviluppati proprio da lui nel saggio Il governo dell'Asse nell'Europa occupata (5), perché «le realtà della vita europea negli anni 1933-1945 rendevano necessaria la creazione di un tale termine e la formulazione di un concetto legale di distruzione di gruppi umani». E badate bene che nel termine "genocidio" Lemkin fa rientrare un vasto ventaglio di azioni che vanno dalla privazione della vita alla prevenzione della vita e cioè aborti, sterilizzazioni, infezioni artificiali, lavoro fino alla morte in campi speciali, deliberata separazione delle famiglie a scopo di spopolamento e così via. Ma, già a Norimberga – nonostante la collaborazione da lui fornita nella preparazione del processo – si diede una interpretazione ristretta alle violenze sui civili, legandole al corso della guerra, mentre secondo Lemkin se si fosse esteso il concetto anche al periodo anteriore si sarebbe stabilito il precedente giuridico che un governo non può distruggere gruppi di suoi cittadini. Del resto, benché la parola genocidio venisse usata in quel contesto, non trovò posto negli atti finali, con sua somma delusione.
E allora, nel 1946, ecco il bisogno di rilanciare la battaglia contro il Genocidio, ritornando in fondo a Madrid, alle proposte sulla barbarie ed il vandalismo. La Convenzione finì per essere approvata con risoluzione dell’Assemblea Generale dell'ONU il 9 dicembre 1948 ed entrò in vigore il 12 gennaio 1951.
E’ composta da 19 articoli ed è stata ormai adottata dalla maggioranza degli Stati: finora è stata ratificata da 138 paesi e 5 sono gli Stati firmatari. Non mi posso qui inoltrare in una panoramica sulle resistenze e sulle eccezioni messe in atto dagli Stati, su questo o quel punto specifico che illustrano quanto le tematiche siano sensibili per le implicazioni che possono avere nel difficile rapporto fra la legislazione di ciascuno stato ed il dettato della convenzione.
Ne ricordo alcuni punti: nel preambolo viene riconosciuto che il genocidio in tutte le epoche storiche ha inflitto gravi perdite all’umanità; che il genocidio, sia che venga commesso in tempo di pace sia che venga commesso in tempo di guerra è un crimine di diritto internazionale che le parti contraenti si impegnano a prevenire ed a reprimere; che (art. II) per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.
e) Articolo III

f) Saranno puniti i seguenti atti:
a) il genocidio;
b) l’intesa mirante a commettere genocidio;
c) l’incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio;
d) il tentativo di genocidio;
e) la complicità nel genocidio.
Come ha notato Anton Weiss-Wendt il concetto di genocidio espresso nel libro sul Governo dell'Asse nell'Europa occupata differisce significativamente dal dettato della convenzione in quanto Lemkin identificava varie forme di genocidio, politico, sociale, culturale, economico, biologico, fisico, religioso e morale, mentre la Convenzione si focalizza sulla distruzione fisica e biologica della vita, fa riferimento solo a gruppi nazionali, etnici, razziali o religiosi (6). È forse, come è stato detto, troppo tagliata sul genocidio ebraico, per rispondere sulla questione di altri eccidi volti alla distruzione di gruppi sociali o politici (7).

g) Qui, la ricerca storica e la battaglia giudiziaria rischiano d'entrare in conflitto, come appare evidente, non tanto ormai per la questione armena, ma senz'altro per quella ucraina che obbliga gli storici a muoversi sul doppio terreno della ricerca storica e del riconoscimento giuridico dello sterminio per fame di milioni di contadini ucraini, con la domanda se essi furono uccisi perché contadini o perché ucraini (8). E a questo proposito, proprio nelle carte inedite di Lemkin, lo storico ucraino-canadese Serbyn ha ritrovato uno scritto dal titolo Il genocidio sovietico, dove Lemkin si pronuncia estesamente a favore della tesi del genocidio degli ucraini, non solo pensando ai contadini, ma anche pensando alla decimazione delle élites nazionali, politiche, culturali, religiose ucraine (9). Allora abbiamo a che fare con un Lemkin anticomunista, che negli anni '50 avrebbe sostituito Stalin ad Hitler, sull'onda della guerra fredda, per forzare la ratifica della convenzione da parte degli Stati Uniti (10) o – aggiungo io – per un atavico antirussismo di marca esteuropea? (11) Oppure abbiamo a che fare con un crociato dei diritti umani (12), fedele all'impegno mai rinnegato di proteggere con la legge gruppi a vario titolo minacciati di distruzione?
Le sue carte inedite, la sua autobiografia autorizzano questa seconda interpretazione: non a caso dopo la guerra Lemkin scriveva una Storia del genocidio – trattando il caso armeno ed ebraico, ma anche i delitti coloniali compiuti in Africa e nelle Americhe – passando così dal piano del giurista a quello dello storico (13). E se gli storici di professione potranno imputargli, quando sarà pubblicato, una serie di ingenuità nel trattare le fonti, nessuno storico potrà dubitare dell'ampiezza e della profondità morale della sua riflessione, pionieristica, ricordiamolo, perché purtroppo gli studi sul genocidio non sono certo terminati, né il problema può essere confinato al XX secolo.
Il caso di Raphael Lemkin dimostra come il potere della convinzione, la dedizione ad un'idea, l'indefesso lavoro di un individuo possano portare a risultati impensabili. Come emerge da una testimonianza del giornalista Abe Rosenthal (14) sulla sua battaglia all'ONU fra il 1946 ed il 1948: «Non aveva denaro, non aveva un ufficio, non aveva assistenti. Non aveva uno status o documenti dell'Onu, ma le guardie lo lasciavano sempre passare. Portava con sé una borsa nera con dentro i documenti e il suo panino giornaliero. Sapeva, aprendo una porta, che la gente avrebbe detto: "Oh Lemkin ancora tu?" A volte era detto affettuosamente, altre volte con fastidio». Egli faceva finta di niente, ma lo si poteva vedere, stanco al di là di ogni limite, sedere solo al bar davanti ad una tazza di caffè, dopo aver percorso i corridoi delle Nazioni Unite, per cercare di convincere i diplomatici a firmare la Convenzione. Se gli chiedevano se pensava che un pezzo di carta avrebbe fermato uno Hitler o uno Stalin futuri, egli rispondeva: «solo l'uomo ha la legge. Bisogna costruire la legge, mi capisci? Bisogna costruire la legge!» (Only man has law. Law must be built, do you understand me? You must build the law!). E quando dopo due anni di questa crociata solitaria il 9 dicembre 1948 a Parigi l'Assemblea generale prese una risoluzione che approvava la sua convenzione, i giornalisti lo cercarono invano per ore, prima di ritrovarlo nella hall dell'Assemblea deserta che piangeva come se il suo cuore fosse spezzato. E poi ancora per anni lo si vide agitarsi, incalzando una delegazione dopo l'altra, dato che almeno venti stati membri dell'ONU che avevano votato all'Assemblea generale dovevano ratificare il bando del genocidio nei propri parlamenti nazionali, perché diventasse legge internazionale ufficiale. Le prime venti ratifiche furono raggiunte nel 1950. La legge entrò in vigore il 12 gennaio 1951. Ma questo risultato non fermò Lemkin, che tra l'altro mirava ad ottenere la ratifica da parte proprio degli Stati Uniti, che arrivò solo nel 1986. Morì povero e solo, il 28 agosto 1959, a New York. Al suo funerale c'erano soltanto 7 persone.
Dobbiamo in questo leggere il segno che chi illumina la faccia del male viene confinato nell'ombra? Lascio a voi una considerazione su questo melanconico dubbio.
1) Si veda la premessa dal titolo Raphael Lemkin: the "Founder of the United Nation's Genocide Convention as a Historian of Mass Violence ad una serie d'articoli su di lui in "Journal of Genocide Research", 7 (4), 2005, pp. 447-452, pp. 447-448.
2) S. Power, Voci dall'inferno: l'America e l'era del genocidio, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2004. Così anche J. L. Panné, R. Lemkin où le pouvoir d'un sans-pouvoir, intr. a R. Lemkin, Qu'est-ce qu'un genocide?, Monaco, Rocher, 2008.
3) R. Lemkin, Genocide as a Crime under International Law, in "The American Journal of International Law", n. 41, Jan. 1947, pp. 145-151.
4) Lemkin fa riferimento al suo intervento dal significativo titolo Le terrorisme, in Actes de la Vème Conférence International pour l'Unification du Droit pénal, Pedone, Paris, 1935 e al suo supplemento Les Actes Créant un danger Général (interétatique) considérés comme délits de droit des gens, Paris, Pedone, 1933.
5) Così è, anche se V. Dadrian in Idem, The Armenian Question and the Wartime Fate of The Armenians as Documented by the Officials of the Ottoman Empire's World War I Allies: Germany and Austria-Hungary, in "International Journal of Middle East Studies", vol. 34, no. 1, Feb. 2002, pp. 59-85, p. 85, nota 115 sostiene che alla fine della Prima guerra mondiale l'autore svizzero S. Zurlinden aveva coniato la parola Völkermord proprio a proposito degli Armeni.
6) A. Weiss-Wendt, Hostage of Politics: Raphael Lemkin on "Soviet Genocide", in "Journal of Genocide Research", 7 (4), 2005, pp. 551-559. Questo non sfuggì però ai primi recensori del libro di Lemkin, Axis rule in Occupied Europe: Laws of Occupation, Analysis of Government, Proposal for Redress, Carnegie Endowement for International Peace, Columbia University Press, New York, 1944, cfr. L. A. Mander, rec. in "The American Historical Review", vol. 51, no. 1, Oct. 1945, pp. 147-120, p. 119.
7) B. Harff, T. R. Gurr, Toward Empirical Theory of Genocides and Politicides: Identification and Measurement of Cases since 1945, in "International Studies Quarterly, vol. 32, no. 3, Sept. 1988, pp. 359-371.
8) Si veda la discussione del problema in V. Duclert, Enjeux. Les historiens et la déstruction des Arméniens, in "Vingtième siècle. Revue d'Histoire", n. 81, 2004, pp. 137-153; l'analisi di D. Marcus, Famine Crimes in International Law, in "The American Journal of International Law", vol. 97, no. 2, Apr. 2003, pp. 245-281; il saggio di R. Serbyn, The Ukrainian Famine of 1932-1933 as Genocide in the Light of the UN Convention of 1948, in "The Ukrainian Quarterly, vol. LXII, no. 2, Summer 2006, pp. 181-194; B. H. Futey, International Legal Responsability for Genocide: Justice in the Courts, in htttp://www.sbu.gov.ua
9) Si vedano il breve sunto di R. Serbyn, Lemkin on the Genocide against the Ukrainians, in
e gli estratti del suo scritto su htttp://www.ukrainianstudies.org.
10) Questa la tesi avanzata da A. Weiss-Wendt, cfr. nota 6.
11) Non si può prescindere da una considerazione sul fatto che Lemkin era nato nella cornice di un impero multietnico e multireligioso quale quello russo, dove le rivendicazioni delle varie nazionalità erano particolarmente acute nel periodo precedente la prima guerra mondiale e la situazione degli Ebrei tradizionalmente insicura. La stessa Leopoli – polacca nel periodo interbellico – dove egli studiò era un microcosmo che rifletteva le divisioni nazionali esistenti in Galizia. Interessante è il suo ammirato giudizio sulla Polonia occupata, dove a suo parere i Tedeschi, a differenza che negli altri paesi specie occidentali, non hanno guadagnato il favore di alcun gruppo (come gli industriali): l'ideale del polacco infatti è «la libertà senza compromessi – la volontà di sacrificare ogni cosa per la libertà nazionale e l'onore nazionale. Perciò tutte le proposte di avere rapporti d'affari con l'occupante sono stati declinati con calma dignità». R. Lemkin, rec. a Segal Simon, The New Order in Poland, A. Knopf, New York, 1942, in "The American Family in World war II", Sept. 1943, pp. 183-184.
12) M. Mazover, The strange Triumph of the Human Rights, 1933-1950, in "The Historical Journal", vol. 47, no. 2, 2004, pp. 379-398, definisce la Convenzione "in many ways a one man crusade" e la lega anche alla preoccupazione che l'abolizione dei trattati interbellici sulle minoranze lasciasse spazio a possibili forme d'oppressione statale.13) Cfr. nota 1.
14) B. A. Greemberg, 'A man called Lemkin', in " The Jewish Journal", The God blog, 22 marzo 2008, http://www.jewishjournal.com

G.C

 
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