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050225 - Satira armena I disastri del compagno PanÁhuni
LE MONDE diplomatique - Gennaio 2005
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In prima traduzione italiana, esce Missione a Dzablvar, di Yervant Odian, un piccolo classico della satira armena, curato da Andrea Scala e con postfazione di Boghos Levon Zekiyan. È l'atto d'inizio della trilogia che Odian (nato a Costantinopoli nel 1869 e morto in Egitto nel 1926) ha dedicato al «compagno Pançhuni» tra il 1911 e il 1923, anni cruciali e bui per gli armeni dell'impero ottomano.
Il risveglio nazionale dell'antico popolo dell'Ararat, iniziato a fine Ottocento, verrà represso nel corso di numerosi massacri, avvisaglie del primo genocidio del XIX secolo, che si scatenerà nel 1915. Sullo sfondo, i conflitti fra grandi potenze, precedenti lo scoppio della Prima guerra mondiale e l'inconcludenza degli «interventi umanitari» in cui è rimasta stritolata la «questione armena». Missione a Dzablvar si svolge nel 1908. Nell'Armenia allora divisa tra il possesso russo e quello turco, gli armeni governati dalla Sublime Porta abitavano città come Smirne o Costantinopoli, ma erano sparsi anche nelle regioni orientali dell'Anatolia. E lì, in un villaggio che conta «venti case in tutto» arriva in missione il compagno Pançhuni. Di lui si sa che, ultimogenito di una famiglia di Trebisonda, è nato nel 1875. Subito rimasto orfano, è stato nutrito con latte di capra, e chissà che quel «rozzo alimento» non ne abbia influenzato il carattere. Possiede un eloquio irrefrenabile e una caparbia ostinazione nel capovolgere i concetti a dispetto della realtà. Da piccolo, sorpreso dal padre a ridurre in frantumi un vaso prezioso, rispondeva che lo stava «costruendo».
E a nulla erano valse le più diverse argomentazioni per convincerlo del contrario. Da grande, con lo stesso piglio, Pançhuni - diventato un acceso propagandista - porterà alla rovina il villaggio di Dzablvar cercando di applicare a ogni costo i precetti del socialismo rivoluzionario.
In un crescendo comico-grottesco, l'invasato tenterà allora di convincere la «classe operaia» (l'unico maniscalco) a proclamare lo sciopero generale; si alleerà con i predoni kurdi per educare all'esproprio i contadini (una vecchia sorda e un bracciante indolente), si atteggerà a terrore della borghesia tormentando il capovillaggio, «proprietario di tre campi, due mucche, un asino e due capre»; e ingaggerà furibonde tenzoni col vecchio prete analfabeta, simbolo del «clericalismo medievale».
Per mostrare i progressi del «compagno Pançhuni», Odian sceglie l'artifizio delle lettere, inviate dall'emissario a un fantomatico Comitato centrale, il cui leitmotiv finale è sempre una richiesta di denaro «per la causa».
Ma chi rappresenta Pançhuni? Nella realtà politica di allora, è forse il prototipo di un radicale della Dashnak, una Federazione rivoluzionaria, fondata nel 1890, che interessava sia l'Armenia russa che quella turca. Un'organizzazione populista in senso lato, insomma, non proprio nelle corde politiche di Odian, figlio di un diplomatico, scrittore raffinato e giornalista instancabile in esilio e in patria. Castigat ridendo mores... Al tempo della rivoluzione russa del 1905 - racconta G.D.H. Cole, autore della Storia del pensiero socialista (Laterza) - la Dashnak si scisse in due tronconi rivali, uno apparentabile alla sinistra dei socialisti rivoluzionari, l'altro più a destra.
Il Comitato centrale aveva sede a Costantinopoli. Anche gli armeni che, nell'agosto 1896, occuparono la Banca Ottomana dopo i massacri subiti, provenivano da Dashnak. Nel volantino, i militanti puntarono il dito sulle responsabilità delle Potenze - sui loro «giochi diplomatici» costati il sangue degli armeni - e si appellarono alla solidarietà dei popoli: prima di tutto a quella del popolo turco, le cui organizzazioni rivoluzionarie cospiravano all'estero insieme alle loro per rovesciare il governo. Ma la storia andò diversamente. E quei giochi diplomatici - a cui Odian aveva assistito da piccolo, oggetto di critica nei suoi romanzi - costituiscono ancora un punto dolente nella questione armena, ribadito dagli storici nel corso degli anni. Un nodo che ritorna nell'attuale dibattito sull'entrata della Turchia in Europa. Il genocidio armeno - così come la persecuzione dei kurdi e quella dei comunisti turchi che continuano a morire in carcere - pesa come «una macchia di sangue» sul certificato di nascita della Turchia europea. Ma l'Anatolia e l'universo del «compagno Pançhuni» non esistono più. E, da Bulgakov a Kundera, la satira letteraria ha mostrato il prezzo di (necessario?) schematismo, pagato da milioni di anonimi Pançhuni nell'azione politica del Secolo breve. La penna scaltra e penetrante di Odian, intellettuale cosmopolita, appare perciò un po' datata. Oggi, il suo dagherrotipo sulle pericolose ingenuità del socialista primonovecentesco mostra anche un eccesso di «pedagogia satirica». Ma Yervan Odian è uno scrittore vero, e coglie ancora nel segno ritraendo la proverbiale assenza d'autoironia del propagandista di professione, o i guasti di chi riduce la realtà a schema. La maschera dell'ingenuo e pericoloso Chisciotte non è quindi solo un invito alla saggezza rivolto ai comunisti d'antan o a quelli odierni, ma un tipo umano universale e un corollario di problemi. Da piccolo, Pançhuni dà pietre in testa a uno scolaro per «convincerlo» che due più due fa cinque.
Stesso metodo adotterà poi a Dzablvar, certo di fare il «bene del popolo». Una «missione» tarata dall'inizio o una risposta grottesca a un problema vero? Compelle intrare, recita il Vangelo senza mezzi termini, costringi a entrare: per agire, si deve decidere. E la porta è sempre stretta. Riuscirà l'individuo «complesso» del terzo millennio ad agire senza farsi scarnificare?

note:
Yervant Odian Missione a Dzablvar Edizioni Lavoro, 2004, 6 euro

V.V

 
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