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12 . Nov. 2020- Da Erdogan a Bolsonaro, chi sono i dieci leader mondiali orfani di Donald Trump
Da Erdogan a Bolsonaro, chi sono i dieci leader mondiali orfani di Donald Trump
Hanno tutti in comune almeno due elementi: una smaccata tendenza autoritaria e una tendenza nostalgica nei confronti del presidente uscente. Che avrebbero conservato ben volentieri alla Casa Bianca

DI FEDERICA BIANCHI

10 novembre 2020
https://espresso.repubblica.it/internazionale/2020/11/10/news/da-erdogan-a-bolsonaro-i-dieci-leader-mondiali-orfani-di-donald-trump-1.355972

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Le elezioni americane, si sa, non sono solo una questione interna. A guardarle con il fiato sospeso è il globo intero. E non tutti sono sempre contenti del risultato. Tanto più questa volta in cui almeno dieci dei leader mondiali, molti tra loro autoritari senza veli, sarebbero stati ben contenti di conservare Donald Trump alla Casa Bianca, a garanzia del disordine mondiale. Si sentono orfani. Con grande fatica riescono ad accettare l'imminente cambiamento. Le congratulazioni al presidente eletto Joe Biden, quelle proprio non riescono ad estenderle, se non obbligati. Anzi, sperano ancora che i tribunali riescano a ribaltare il risultato.

In cima alla lista ci sono i due “grandi”: il presidente cinese Xi Jiping e quello russo Vladimir Putin. Che poi Xi e Trump in teoria sarebbero pure rivali. O almeno così vuole la recente narrativa trumpiana contro la Cina e il virus cinese. Ma di fatto il presidente cinese Xi, che ancora non ha esteso le congratulazioni a Biden in attesa di risultati “certificati”, è il più grande sostenitore di Trump. Il perché è semplice: sottraendo gli Usa al tradizionale ruolo di gendarme e commerciante del mondo, il presidente americano ha dato il via libera alla Cina perché si sostituisca geopoliticamente agli Usa con almeno una generazione di anticipo rispetto ai piani del Politburo. Biden sarà meno brusco e meno permissivo. Ha già fatto sapere che la maggiore minaccia per gli Usa è proprio la Cina e poi, in seconda battuta, la Russia.
Xi Jiping
D'altronde è dalle elezioni del 2016 che il leader russo Valdimir Putin cerca di mettere fine alla “pax americana” ottenuta da Washington all'indomani della Guerra fredda. Un altro mandato di Trump ne avrebbe assicurato il definitivo smantellamento. E così lui si rifiuta ora di congratularsi con Biden, facendo sapere che preferisce aspettare la fine delle procedure legali. Proprio lui che in Bielorussia è corso a dare il sostegno a Alexander Lukashenko nonostante brogli acclarati.



La corsa al vaccino contro il coronavirus è una gara di interessi internazionali

Pechino vuole smarcare la sua immagine dalla pandemia, l'Europa dimostrare di essere una comunità, Mosca dare prova di essere ancora una potenza. E poi Stati Uniti, Londra e gli altri. Il medicinale che potrebbe mettere fine all'emergenza è, politicamente, il Santo Graal

Tra simili si capiscono. Descritto in Patria come “un po' Trump, un po' Johnson e un po' Orban”, il primo ministro sloveno Janez Janša, populista anti-immigrati, non solo era corso a congratularsi con Trump subito dopo la sua prematura dichiarazione di vittoria, all'inizio dei conteggi dei voti postali. Ma quando Joe Biden è stato dichiarato vincitore dai media dopo aver conquistato la Pennsylvania, ha continuato a twittare teorie cospiratorie a favore di Trump, non ultima quella per cui la società americana Pfizer avesse aspettato a diffondere la notizia positiva sul vaccino per danneggiare la campagna del presidente. Laconico il commento del suo compatriota, il commissario europeo per la gestione delle crisi Janez Lenarčič: «Alcuni dei tweet (di Janša) non hanno contribuito a dare un'immagine positiva della Slovenia a Bruxelles o a Washington».
Janez Janša
Restando in Europa, congratulazioni a denti stretti, con molte ore di ritardo, sono arrivate dal premier ungherese Viktor Orban, l'antiCristo della democrazia europea. È da quattro anni un grande sodale di Trump, in cui vede l'uomo forte che ha distrutto “l'imperialismo morale” americano basato sullo stato di diritto e sui valori democratici. Lo stesso obiettivo che Orban si è dato in Europa, e che insegue anche in questi giorni, minacciando di mettere il veto sui fondi del Recovery fund se non verranno rimosse le nuove condizioni per gli esborsi legate allo stato di diritto.
Viktor Orban
A litigare con Bruxelles continua un altro leader di temperamento simile al presidente americano: tante sono le somiglianze tra Trump e il primo ministro inglese Boris Johnson, dal ciuffo biondo all'annegamento del conservatorismo anglosassone nel populismo odierno. Certo è che da adesso in poi la Brexit potrà contare un po' meno sul sostegno americano. I giochi sono finiti: i patti con l'Europa sull'Irlanda, Paese di origine di Biden, dovranno essere mantenuti se Johnson vorrà avere la benedizione (e i commerci) Usa.

Chissà quanto quest'ultima mancherà al presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Definito il “Trump dei Tropici” è diventato presidente azzeccando una narrativa populista maschilista che esalta “ordine e giustizia”, condanna l'aborto e imbavaglia i media non amici. Nemmeno lui è riuscito a congratularsi con Biden. D'altronde l'aveva detto chiaramente che avrebbe voluto la vittoria di Trump. I suoi figli, come quelli di Trump attivi politicamente al suo fianco, non si sono mai fatti problemi a indossare il cappello con “Trump2020” e Edoardo ha pubblicamente criticato il fatto che nel conteggio i voti di Biden aumentassero più velocemente di quelli di Trump, per non parlare dei grandi network tacciati di “attacco alla libertà di espressione” quando non danno spazio alle accuse trumpiane (non provate) di frodi elettorali.

D'altra parte dell'Atlantico, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha ogni motivo per essere ansioso. Aveva capito subito che gli interessi commerciali di Trump in Turchia, insieme alla sua ignoranza della geopolitica dell'area, avrebbero potuto giocare a favore delle proprie aspirazioni imperialiste. E ne ha tratto ampio profitto, spesso condizionando la politica americana con una semplicemente telefonata. Difficile che potrà continuare a farlo con Biden. Difficile che sulla Siria poi potrà farla franca nella stessa misura.

I calcoli economici sono il collante anche del buon rapporto che il re saudita Mohammed Bin Salman aveva stretto con Trump, sostenuto anche dal completo disinteresse dell’americano nell'utilizzo del suo peso politico per risolvere la crisi umanitaria in Yemen. Difficile che l'idillio continui. Tra l'altro la questione dei diritti umani, ampiamente calpestati da Trump, si riaffacceranno alla finestra della Casa Bianca: il nuovo presidente eletto ha già fatto sapere che la guerra in Yemen dovrà finire e che ne vuole sapere di più sull'uccisione del giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato turco di Riyadh.
Mohammed Bin Salman
Infine, piuttosto dispiaciuto sarà anche l'intramontabile premier israeliano Benjamin Netanyahu. Da Trump ha avuto tutto e ancora di più. Dall'annullamento dell'accordo sul nucleare con l'Iran, al riconoscimento di Gerusalemme come capitale d'Israele, all'approvazione degli insediamenti israeliani in territorio palestinese. Fino agli accordi tra Israele e tre Paesi arabi.
Kim Jong Un
Non c'è arma più potente che la lusinga per gli egocentrici cronici. Il nordcoreano Kim Jong Un ne ha riservato massicce dosi a Trump, che di lui dice: «È intelligente, ama il suo popolo e il suo Paese». Cosa potrebbe pretendere di più un dittatore vecchio stampo dall'ex-nemico?

v vartanian

 
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